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Doppio episodio di suicidio a Torino

nomortilavoro | 20 Maggio, 2008 15:27

 «Non riesco a trovare un lavoro decente, con quello che mi danno non arrivo a fine mese». È quanto ha detto M.C., 22 anni, agli agenti delle volanti della Questura di Torino. Il giovane ieri pomeriggio ha tentato di uccidersi con i gas di scarico della sua auto. L'episodio è accaduto nei pressi di via Reiss Romoli, alla periferia di Torino. Un passante ha notato l'auto del giovane, parcheggiata in un luogo isolato e insospettito ha avvisato il 113. Sul posto è intervenuta una volante della polizia con un funzionario a bordo che si è subito reso conto di quello che voleva fare il giovane. Attaccato al tubo di scappamento c'era infatti un tubo di gomma, collegato all'abitacolo. Il funzionario si è precipitato verso l'auto, ha aperto lo sportello ed ha tirato fuori il ventiduenne. Trasportato in ospedale, non è in pericolo. L'episodio si è verificato a poche ore di distanza dal gesto di Riccardo La Mantia, 20 anni, che temendo di essere licenziato si è dato fuoco davanti alla ditta torinese per cui lavora. Il ragazzo avrebbe compiuto il gesto dopo aver litigato con l'ex datore di lavoro. La Mantia è stato prima condotto all'ospedale "Maria Vittoria", poi trasferito al reparto ustionati del Cto di Torino. E' in condizioni gravissime, con ustioni di secondo e terzo grado sul 95% del corpo. La prognosi è riservata. Ora il ragazzo è in coma farmacologico, intubato e sedato. Undici anni fa il padre si era suicidato nello stesso modo.

Da La repubblica 20 maggio 2008


Beppe Palazzo, titolare della ditta, ha dichiarato agli inquirenti che il giovane aveva ricevuto un'ammonizione scritta per inadempienze. "La nostra è una piccola ditta artigianale di nove dipendenti - dice l'uomo - e nessuno si può permettere di fare il fannullone, di danneggiare i macchinari, di importunare le ragazze, di stare ore su internet". Palazzo dichiara di essersi occupato di lui "come fosse un figlio". "Negli ultimi giorni però - racconta l'uomo - aveva perso la testa per una collega. L'ho richiamato tante volte e lui ha sempre fatto finta di nulla. Ho cercato di aiutarlo, ma negli ultimi giorni non ce la facevo più". Ora è sconvolto e si augura che Riccardo riesca a salvarsi.

Assunto nel 2005, La Mantia aveva avuto altri screzi con Palazzo. In mattinata, al termine dell'ennesima discussione, avrebbe firmato una lettera di dimissioni. Poi, il gesto estremo. Avvolto dalle fiamme, il ragazzo sarebbe uscito dall'auto per farsi vedere dagli ex colleghi. Un particolare, questo, che troverebbe conferma in un sms che il giovane avrebbe mandato a una collega invitandola a guardare le telecamere esterne della ditta.Intanto Franco Pignataro, sindaco di Caltagirone conferma che si tratta del figlio di Giovanni La Mantia, disoccupato che nel 1997 si suicidò dandosi fuoco nella stanza del sindaco del comune catanese. Disperato perché senza un impiego fisso, Giovanni La Mantia entrò con i vestiti in fiamme nella stanza del primo cittadino Marilena Samperi, dopo essersi cosparso il corpo con della benzina. Venne soccorso ma non ci fu niente da fare. Anche la vedova, Maria Cultrona, minacciò di suicidarsi se non fossero state mantenute le promesse di lavoro fatte dopo il tragico gesto del marito. Scagliandosi contro i politici disse: "Sappiano che mi stanno costringendo a un gesto estremo come fecero con mio marito". In seguito la donna fu assunta in una ditta di telefonia a Torino, al posto del suocero Francesco La Mantia, andato in pensione. Ed ebbe un sostegno economico anche dall'amministrazione comunale di Caltagirone, che a Giovanni La Mantia ha intitolato una strada nel 2007.

A chi accusa il figlio di non essere un buon lavoratore la donna ribatte: "A uno scansafatiche non si fa fare tanto straordinario, le buste paga parlano chiaramente". E precisa: "Con la storia di mio marito questa vicenda non c'entra nulla. Il papà di Riccardo cercava un posto di lavoro, lui il lavoro ce l'aveva. Era in quella ditta da cinque anni, è il suo titolare che deve spiegare perché voleva costringerlo a licenziarsi". Il figlio, continua Maria Cultrona, "aveva le chiavi per aprire l'azienda, accendeva lui i computer. A una persona indisciplinata, che non ha voglia di fare nulla, non si concede tanto. Quell'uomo deve sperare che mio figlio esca con le sua gambe dall'ospedale, altrimenti non avrà pace. I padroni devono pagarla a caro prezzo".
 

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